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Non smetto di aver freddo

prezzo di copertina € 16,00
autrice Emilia Bersabea Cirillo
ISBN 978-88-98174-18-8
collana Verde
pagine 352
Prezzo pieno: € 16,00
Sconto 10,00%
Prezzo vendita: € 14,40
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Risvolto
Un vincolo potente e senza via di scampo unisce le due protagoniste di questo romanzo incalzante. Cresciute insieme dalle suore in orfanotro o, dopo aver smarrito le tracce una dell’altra si incontrano nel posto sbagliato al momento sbagliato, e una raf ca di ricordi, slanci e rivelazioni scuote le loro esistenze. Al punto che la placida Dorina, aggrappata al fantasma della madre, decide di tagliare corto e scommettere tutto sul proprio desiderio, mentre Angela, tormentata da un amore devastante, accetta di pagare un prezzo altissimo per riscattare entrambe.
Con una prosa asciutta e precisa, che alterna sapientemente due voci, presente e passato, lingua nitida e piglio dia- lettale, Emilia Bersabea Cirillo delinea ritratti esemplari, fallimenti clamorosi, occasioni afferrate al volo, senza perdere di vista il contesto sociale e politico di una provincia del Sud costretta a nuove migrazioni. E mostra che anche quando fuori imperversa una tempesta di neve, il freddo che si insinua sotto la pelle proviene sempre da un luogo profondo e inaccessibile. 
Non smetto di aver freddo è vincitore della XI edizione del Premio letterario Minerva.

Dalla quarta
A casa scavavo fossi. Mi svegliavo da sola, mia madre dormiva fino a tardi e poi usciva senza dare spiegazioni. A scuola andavo quando potevo, la maestra si lamentava della mia sonnolenza, del mio grembiule stazzonato, dei miei capelli in disordine. La mamma ha un lavoro importante, esce presto al mattino e io devo fare tutto da sola, spiegai alla maestra, seccata dai suoi rimproveri. Beh, era quasi la verità. 
Mio padre stava sempre fuori, guidava un camion in giro per l’Europa per conto di una ditta di Nocera, quando tornava a casa dormiva due giorni di la. Era tarchiato e bruno, con la faccia butterata. Ormoni in circolo, chissà con chi se la fa, diceva mia madre.
Ma un bel giorno niente più casa, niente più giardino. Addio fiori e lucertole, grembiuli senza fiocco, capelli scarmigliati. Fui portata in istituto, nessuno della famiglia aveva voluto occuparsi di me.
Dorinà fu la prima bambina che vidi. La odiai subito perché era di una bellezza inconsapevole, latte e miele. Mi si avvicinò, disse il suo nome e mi invitò a giocare. Alla conta del nascondino mi toccò cercarla. Era una cavalletta, una libellula, una lucciola che tentavo di abbracciare nel buio del campanile, dove un fetore di muffa e sterco prendeva la gola. Lei guizzava fuori all’aperto, veloce, io ero cieca per la troppa luce. Arrivava all’angolo del muro che serviva da sponda e gridava: Libere tutte! 

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