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Abbiamo proposto ad alcune studentesse del corso di laurea in Scienze della Comunicazione di Padova di leggere, a scelta, uno dei romanzi di Saveria Chemotti, che compongono una trilogia dedicata alla storia delle donne italiane del Novecento: a partire dalla relazione con la madre, viscerale e ardente, passando per femminismo, rivoluzione sessuale e aborto, per concludere con la mistica della maternità e la genealogia femminile.
Queste sono le loro considerazioni.
Hai tra i quindici e i trent'anni e anche tu vuoi dire la tua? Ti aspettiamo! Scrivi a redazione@liguana.it
 

SIAMO TUTTE RAGAZZE MADRI

Una generazione maledetta quella di Rosa, una giovane e bellissima ragazza con un passato che vuole solo rinnegare e dimenticare: una nonna rimasta incinta senza essere sposata, scappata nelle Americhe, e una madre che in egual modo l’ha partorita al di fuori del matrimonio e che è morta non appena è nata. Nel piccolo paese del Trentino dove vive la giovane si continua ancora a gridare allo scandalo e a guardarla di traverso quando passa: sostenuta silenziosamente dalla madre adottiva e dal prete del paese, cerca il riscatto attraverso lo studio e la rigida osservanza dei precetti religiosi, ai quali si aggrappa come a un salvagente per non affogare negli errori della nonna e della madre. Tutto questo non basta a salvarla dal peccato e il frutto del suo giovane amore con Mattia diventa un peso insopportabile di cui vuole liberarsi per tornare alla vita di prima: il ritorno inaspettato di nonna Ida cambierà la sorte di Rosa che accetterà di affrontare le proprie responsabilità. Scopre una libertà di scelta e uno spazio di infinite possibilità che fino a prima le erano state negate e che si era consapevolmente negata. La religiosità e lo spauracchio del peccato, presenti quasi in maniera ossessiva dall’inizio del romanzo, sono così rigidi e radicati che fin da bambine si chiedeva scusa ancor prima di aver commesso o, perlomeno, compreso un atto riprovevole: nonna Ida invece ha vissuto una religiosità diversa, quella della carità, diventando madre di molti bambini abbandonati e per questo decide di tornare ad aiutare la nipote, sola e in difficoltà. Il romanzo, intervallato da citazioni tratte da libri e poesie di scrittrici, è scritto con un linguaggio semplice e chiaro che rende la storia molto vicina al lettore e ci si immedesima profondamente nelle emozioni che descrive. I personaggi maschili, sullo sfondo, hanno un ruolo importante: il parroco, Don Remo, riuscirà a convincere Rosa a non abortire e questo le permetterà di poter scegliere se crescere o meno la figlia, e infine Mattia, il giovane amore di Rosa, che le sconvolge la vita ma che le permette di mettere in discussione tutto ciò che le era stato insegnato sull’amore, sul peccato e su ciò che ‘indecente’ o meno. Da sottolineare infine la centralità nel romanzo delle figure femminili, fondamentali: Marilisa che la accoglie nel momento del bisogno, la consiglia e la aiuta a informarsi; la madre adottiva che, nonostante l’avversione del marito, la aiuta e le dà sostegno a suo modo; infine la Soprani, insegnante di Rosa, che la stimola e la sostiene educativamente credendo in lei e permettendole di continuare gli studi nonostante la gravidanza.

Ancora una volta Saveria Chemotti affronta il tema della maternità da una nuova prospettiva. Siamo tutte ragazze madri (L’Iguana editrice, Verona 2018) è il terzo romanzo dell’autrice trentina che chiude la trilogia costituita da La passione di una figlia ingrata (L’Iguana editrice, Verona 2014) e Ti ho cercata in ogni stanza (L’Iguana editrice, Verona 2016). Racconta la storia di una ragazza madre, Rosa, rimasta incinta a 16 anni quasi come fosse una tradizione familiare: prima di lei era successo alla nonna Ida, poi alla madre, morta di parto. Rosa non vuole quel bambino, rifiuta lui e l’idea di essere madre, rifiuta il suo destino quasi fosse una maledizione. Ma l’aborto non è contemplato dalla società in cui vive, e Rosa sarà costretta ad affrontare un lungo viaggio dentro se stessa e nel suo passato che la porterà a riconoscere le sue origini e la possibilità di un futuro. Saveria Chemotti, ancora una volta con un linguaggio fatto di passione, ci sfida a riconoscere che in fondo siamo tutte ragazze madri: «non generiamo solo bambini, realizziamo progetti, ci riprendiamo il mondo». Siamo madri dei nostri bambini, siamo madri dei nostri pensieri, siamo madri di noi stesse, donne consapevoli del nostro valore. Si può essere madri, anche senza figli. Questo il messaggio, un po’ provocatorio, che l’autrice intende lanciarci, all’interno di un panorama volutamente contornato di figure maschili che restano sullo
sfondo, quasi messe da parte, relegate in secondo piano. Un romanzo impegnativo, toccante, una rilettura quasi sconvolgente dell’essere madri.
Roberta Mazzuca


Lydia e Berta sono due ragazze, poi divenute due donne, che insieme affrontano un percorso dagli anni Sessanta del Novecento Italiano alla scoperta dell’emancipazione femminile e del suo significato: significa essere una brava moglie, una brava madre o anche altro? Il libro è raccontato attraverso il punto di vista di Berta, una ragazza proveniente da un paese tra le montagne del Trentino, educata rigidamente al sacrificio da una madre assoggettata al marito e che deve combattere costantemente per poter raggiungere il proprio obiettivo in un luogo a lei estraneo. Proprio in questa città sconosciuta trova in Lydia un’amica che diventa quasi una sorella, un legame non di sangue ma di anima e cuore. Berta intesse un legame profondo con questa ragazza di nobili natali ma sempre troppo rivoluzionaria e contro le regole per poter essere un vanto per la propria famiglia: sarà proprio questa carenza affettiva che le avvicina permettendo a entrambe di sondare, anche se in maniera diversa, in quegli anni di ribellione cosa significhi essere una donna e se la maternità, decantata come supremo scopo e fine ultimo della femminilità, possa davvero essere l’unico scopo della donna. L’arrivo di Giulio, protagonista maschile del romanzo, nella vita delle due giovani diventerà motivo di conflitto tra loro e metterà in discussione questo «primato della maternità» sconvolgendo per sempre la vita di Lydia: non potendo più avere figli, si fa consumare dall’ossessione e dall’odio profondo per Giulio e per la sua ingenuità, non trovando pace. La vicenda si conclude con una maternità che non è più ossessione come lo era stata per Lydia, ma diventa rinascita in Berta. La morte dell’amica viene superata onorando la sua memoria con una nuova vita, quella che lei non ha avuto possibilità di mettere al mondo.
Il ritmo del romanzo è scandito da citazioni di scrittrici che fungono da preludio all’argomento che viene trattato nelle pagine seguenti: il lettore viene spinto delicatamente a immedesimarsi nei sentimenti raccontati dall’autrice con un linguaggio semplice e diretto, che conferisce immediatezza e familiarità alla vicenda. Il libro è la voce di tutte le donne come Lydia che non hanno mai avuto la capacità di esprimersi e allo stesso tempo una riflessione su quanto può pesare lo stereotipo fissato dalla società e dalla tradizione, per cui se una Donna non è madre non vale nulla.

Giulia Biaduzzini


Un’amicizia sigillata dal sangue che lega due studentesse nel percorso di creazione di una propria identità di donne, negli anni della contestazione e delle rivolte. Questi sono gli elementi cruciali del secondo romanzo di Saveria Chemotti, che con schiettezza e accompagnata dalla voce di grandi poetesse ci pone dinanzi a un contesto storico e sociale generale in cui colloca una vicenda del tutto intima tra due donne, due sorelle come potrebbero essere molte altre.
La storia di Berta e Lydia affronta la presa di coscienza della figura femminile, l’aborto, le proteste giovanili inserite ancora in contesti famigliari rigidamente patriarcali, proprio in una di queste si consuma il dramma di Lydia, ragazza intelligente e frizzante coinvolta visceralmente nelle proteste, individua la sua realizzazione nel diventare madre, figura che per tutta la sua vita assume carattere controverso a partire dal rapporto con la sua stessa madre di cui conoscerà la sofferenza solo dopo averla persa. La successiva impossibilità di realizzare il suo più grande desiderio la trascinerà in una fine tragica. L’amicizia nel rapporto tra donne viene in questo romanzo veicolata dal supporto reciproco in un sentimento estremamente forte, l’amore.

Gaia Bertoldi

Ti ho cercata in ogni stanza è il ritorno, coinvolgente ed emozionante, alla scrittura di Saveria Chemotti due anni dopo dall’esordio letterario de La passione di una figlia ingrata con un viaggio tra le stanze della vita e della storia dell’amore che lega due giovani donne, Lydia e Berta, sorelle non di sangue ma «di anima».
L’uragano Lydia, anima irrequieta, apparentemente più sicura, travolgente e appassionata figlia unica di famiglia benestante e Berta, studentessa trentina di umili origini, che attraversa la vita in punta di piedi, schiva ma capace di leggere tra le anse dell’inquietudine dell’amica.
Sullo sfondo le rispettive famiglie, e il rapporto con le madri dalle quali le figlie cercano di emanciparsi, alle quali non vogliono assomigliare ma alle quali poi, gli eventi della vita, porteranno le figlie a rivolgere loro uno sguardo indulgente.
Elisa Carlini

Storia di un’amicizia profonda, quasi totalizzante, fatta di allontanamenti e riavvicinamenti che esplora il mondo femminile a partire dall’incontro delle due ragazze, sulla soglia di un collegio universitario nel quale vivranno insieme per un periodo, regalando scorci riappacificanti di Trentino, che attraverserà gli anni della contestazione sessantottina con le inquietudini, le ribellioni, i tumulti e le insicurezze interiori, il conflitto col mondo maschile e la voglia di sognare, l’incontro con l’uomo che segnerà drammaticamente il destino di Lydia e la forza prepotente che Berta scoprirà in sé per dare un senso a tutto il dolore che ne seguirà.
Un libro potente e intenso che raggiunge l’apice della sua forza espressiva nelle ultime toccanti ed emozionanti parole di Lydia, che lentamente penetra nelle stanze dell’anima di queste giovani donne che «mangeranno polvere, cercheranno di impazzire e non ci riusciranno, avranno sempre il filo della ragione che le taglierà in due» come scriveva Alda Merini, ma capaci di uscire, ognuna a proprio modo, da queste ferite profonde e di trasformarsi in splendide farfalle libere.


Esiste qualcosa di più puro e limpido dell’amore incondizionato verso un altro individuo? C’è qualcosa di più forte e travolgente dell’abbandonarsi totalmente nelle mani di un altro essere umano, liberi da maschere e costrizioni e mostrarsi finalmente per quello che si è? Berta e Lydia certamente non potevano immaginare che tesoro prezioso avrebbero trovato l’una nell’altra la prima volta che si sono incontrate al collegio di Padova, quando Berta cercava alloggio per frequentare i corsi all’Università. Non lo potevano sapere, eppure da lì qualcosa è cambiato: quel giorno Berta e Lydia, il bianco e il nero, si sono scelte sorelle di sangue e di carne e, legate da un accappatoio verde, da amiche fidate si sono incondizionatamente amate. Con il romanzo Ti ho cercata in ogni stanza (L’Iguana editrice, Verona 2016) l’autrice trentina Saveria Chemotti, già conosciuta al pubblico per il romanzo La passione di una figlia ingrata (L’Iguana editrice, Verona 2014), è tornata a dar voce alle donne, quelle forti e determinate figlie della contestazione studentesca, della rivoluzione sessuale e del femminismo nascente. Donne come Berta, che ripudiano l’idea di essere delle mere centrifughe sforna figli, costrette in un destino prescritto che le vuole madri e mogli. Donne che lottano per nuovi riconoscimenti e nuovi ruoli all’interno della società, che studiano, si informano, sviluppano capacità critica e si ribellano, forti di una nuova consapevolezza di genere. È questo il contesto inedito in cui si sono trovate a crescere Berta e Lydia, il bianco e il nero, così diverse ma così assolutamente compatibili. Due amiche in grado di allontanarsi per poi ritrovarsi più vicine e complici, in grado di reggere insieme, a quattro mani, il grande e dolorosissimo vuoto di Lydia che, dopo un brutale aborto, scopre di non potere più avere figli. È la storia di due anime che si toccano nel profondo, scavando tra gli spazi più bui e reconditi della propria esistenza, che trovano sollievo rispecchiandosi nell’altra e condividendo il proprio dolore. Il toccarsi così intimo tra due anime, cosa può essere se non amore? Ti ho cercata in ogni stanza è un romanzo coraggioso, diretto, senza mezze misure, come Berta e come Lydia è bianco e nero. È bianco quando parla di vita, di amore, di nascita ma è anche nero quando lascia spazio all’odio, al dolore e alla morte. Temi forti a cui i lettore può avvicinarsi in prima persona, assumendo il punto di vista di Berta, voce narrante di tutte le diciassette sezioni che compongono il romanzo. È la scelta stilistica della narrazione in prima persona a rendere così emotivamente vividi i due momenti topici del romanzo: il ritrovamento del corpo senza vita di Lydia e la nascita della figlia di Berta. È con questa seconda immagine positiva e colma di speranza che si chiude il romanzo: l’immagine benedetta di una madre che mette al mondo sua figlia, di una donna che ritrova se stessa e ritrova Lydia per un’ultima volta. In una vasca, senza paure e senza limiti, il bianco e il nero finalmente si mischiano.
Solo con te sono con me, e forse anche senza toccarsi.
Francesca Ballarin



LA PASSIONE DI UNA FIGLIA INGRATA

Cosa accade dal giorno in cui, nella nostra mente e nel nostro cuore, iniziano a rimbombare le domande, all’attimo in cui ci ritroviamo sul precipizio delle risposte? Conosciamo davvero chi ci sta accanto o a volte lo diamo per scontato? Siamo noi che cerchiamo un senso al passato o è il passato a darlo a noi?
Saveria Chemotti con La passione di una figlia ingrata conosce la giuste parole per raccontarlo e con una intensa potenza espressiva racconta la via crucis, il percorso personale fatto di sofferenza e amore che Gilda, accompagnando la madre lacerata dalla malattia nei suoi ultimi mesi di vita, compie attraverso i suoi ultimi sprazzi di lucidità che le consegnano ritagli di ricordi di vita sua e della madre, tutta da rivedere.
Quattordici «stazioni», anticipate da piccole perle poetiche, che la costringono a fermarsi, a rivisitare il passato, a fare i conti con se stessa, con la sua storia pesantemente condizionata dalla difficoltà di comprendere le difficoltà di sua madre, rifiutata dalla madre naturale, ma molto amata da quella adottiva, nonna Linda, con la quale Gilda, a supplire quella che ritiene affettivamente mancante, instaura un rapporto profondo e autentico.
È il racconto di un’agonia, fisica per l’una e spirituale per l’altra, di una «croce» che si confronta con la rabbia, con lo smarrimento, ma anche con la comprensione e infine con la misericordia e il perdono.
Storie di madri che apparentemente non si raccontano, madri che bisogna imparare a decifrare, madri che prima o poi bisogna provare a guardare con gli occhi di una donna, non solo di una figlia.
Con un linguaggio appassionato, autentico e arricchito dagli intercalari dialettali trentini di nonna Linda che, toccanti, non possono non arrivare al cuore del lettore emozionandolo, facendolo sorridere, commuovendolo, e con il suo stile raffinato ma intenso, Saveria Chemotti ci prende per mano, come sorelle, e ci apre la scatola rossa che ogni donna conserva, a testimonianza della propria essenza, oltre ogni ruolo precostituito.
Elisa Carlini

«Il cuore di una madre è un abisso in fondo al quale si trova sempre un perdono». Ho scelto una frase di Honoré de Balzac per introdurre un viaggio: quello compiuto da Gilda, protagonista e io-narrante de La passione di una figlia ingrata. Un viaggio che in realtà rappresenta una via crucis, incentrata sull’amore e sul perdono. L’io narrante, alternando flashback a racconti del presente, compone, come in un puzzle, brandelli di ricordi provenienti da una madre malata e morente, che non sembra più in grado di cogliere le suppliche di una figlia che si sente ingrata. Ingrata per aver scelto una strada diversa da quella imposta dal modello materno; ingrata per non aver stabilito in tempo un rapporto di comprensione e amore incondizionato con la propria madre. Tra i vari personaggi che popolano il romanzo, la mamma di Gilda è uno dei più complessi. Si tratta di una donna che trascorre la sua vita a ricercare affetto dalle persone a lei più care: una madre che l’ha generata e poi abbandonata, segnando la sua vita per sempre, un marito arcaico e possessivo, ma degno della sua fedeltà e delle sue cure, poiché ha avuto il coraggio di sceglierla nonostante fosse figlia di nessuno, e una figlia, Gilda, che non è stata mai in grado di comprenderla fino in fondo, sempre attaccata alle gonne di nonna Linda. Quest’ultima sarà un’altra figura dominante del romanzo: non è la nonna biologica di Gilda e, in quanto tale, non riuscirà mai a sentirsi accettata a pieno come madre, ma nonostante ciò riesce a creare un rapporto unico con sua nipote. Sarà infatti l’unica donna a sostenere Gilda nella scelta, poco convenzionale per l’epoca, di continuare gli studi.
D’altro canto Gilda, se è sempre disposta a giustificare sua nonna, non riesce a fare lo stesso con sua madre. Solo alla fine del percorso capirà la devastazione di una donna abbandonata poco dopo essere stata generata, senza mai aver avuto la possibilità di conoscere la figura che l’aveva messa al mondo.
C’è questo e molto altro all’interno di un romanzo che, in maniera naturale e inaspettata, riesce a entrarti dentro e a lasciarti una traccia indelebile.

Federica Spadafora

Saveria Chemotti con il suo ultimo romanzo Siamo tutte ragazze madri racconta la storia di Rosa, orfana allevata da una famiglia non in grado di avere figli in cui predomina una mentalità patriarcale. La sua acuta intelligenza emerge fin dall’infanzia e la porta a raggiungere brillanti risultati scolastici che le consentiranno, tramite l’intercessione del prete del paese in cui vive, di continuare la sua carriera scolastica con le aspettative di riuscire a diventare un’ottima insegnante. Tuttavia i sogni della ragazza, che vedono nel raggiungimento del diploma magistrale la possibilità di evadere dall’ambiente bigotto e perbenista in cui vive, ben presto si dissolvono quando scopre che le giornate estive passate sui prati tagliati di fresco con Mattia avevano fatto sì che rimanesse incinta. Ciò le appare come una vera e propria maledizione in quanto Rosa è la terza di una genealogia composta da ragazze madri: infatti prima di lei era capitato alla madre Lucia, morta durante il suo concepimento, e prima ancora alla nonna Ida. Inizialmente la ragazza è convinta di voler abortire, tuttavia venne convinta dal prete a portare a termine la gravidanza, evitando così di commettere un peccato mortale. Accetta di essere ricoverata in una struttura cattolica che accoglie ragazze nel suo stesso stato e che consente a loro di dare in adozione i figli a famiglie che li desiderano. Tuttavia la decisione finale viene completamente ribaltata da una figura femminile che prendendosi cura di Rosa cerca di alleviare e porre rimedio a un dolore persistente e agli errori commessi nel passato. L’autrice delinea in modo marcato l’ambiente culturale in cui si svolge la vicenda, ovvero il paesino del Trentino dominato dalla figura del prete, il quale dietro una religiosità bigotta non manca di stigmatizzare e puntare il dito contro coloro che rompono gli schemi e non rispettano le tradizioni. Il tema che emerge in modo predominante è quello della maternità e illustra come questa non per forza deve essere ricondotta a una figura femminile posta accanto a una maschile. L’autrice delinea in modo suggestivo come sia profondo il legame che unisce madre e figlie, un rapporto che fa sì che si tramandino un lascito di esperienze e di saperi. Saveria Chemotti riesce a far rimanere incollato il lettore alle pagine del libro, a farlo emozionare e mettersi nei panni della protagonista, facendogli provare le stesse emozioni. Le riflessioni che esprime attraverso le parole di Rosa e della nonna Ida risultano essere estremamente attuali e riescono a unire perfettamente il mondo femminile contemporaneo con quello della fantasia.
Martina Bovolenta


Rosa la bastarda. Rosa la puttana. Era bella, intelligente e sveglia ma quasi nessuno riconosceva tali attributi come virtù, nel 1979 in quel paese del Trentino. Tanto più se discendevi da una generazione di ragazze madri, deplorevoli peccatrici incapaci di tenere chiuse, nel nome della fede cristiana, quelle grazie troppo appetitose. Don Remo glielo aveva ripetuto milioni di volte di preservare quel fiore sacro e di rispettare il sesto comandamento, ma le tante preghiere non sono bastate. Anche Rosa, a soli sedici anni, ha commesso un atto impuro e come so nona come so mama è rimasta incinta, mettendo a rischio la carriera Magistrale appena intrapresa. La madre e la nonna, Rosa non le aveva mai conosciute, com’era possibile allora che gli assomigliasse così tanto? Perché avevano deciso di lasciarle in eredità un fardello così ingombrante, così pesante come un destino da ragazza madre? Qual era la sua colpa? Sono queste le domande chiave su cui si snoda l’ultimo romanzo di Saveria Chemotti Siamo tutte ragazze madri, edito L’Iguana editrice (2018); ultimo di tre romanzi con cui si chiude la trilogia firmata dall’autrice trentina, iniziata nel 2014 con La passione di una figlia ingrata (L’Iguana editrice, Verona) e proseguita nel 2016 con Ti ho cercata in ogni stanza (L’Iguana editrice, Verona). Ancora una volta le protagoniste sono le donne: giovani madri additate da tutti come poco di buono, figlie di una cultura bigotta che le educa a rinnegare la propria femminilità, a condannare ogni forma di sessualità, a pentirsi ancora prima di commettere peccato. Una cultura che non fornisce loro nessun tipo di educazione in materia e che le conduce tutte, inesorabilmente, verso un unico destino. Prima nonna Ida (scappata all’estero dopo aver abbandonato la figlia), poi mamma Lucia (morta in seguito al parto) e infine Rosa: tutte ragazze madri. Tutte depositarie di un sapere e di un patrimonio che trapela dalle quindici sezioni in cui si articola il romanzo, a cui il lettore può avvicinarsi gradualmente, da spettatore esterno, tramite una narrazione prevalentemente in terza persona. Prevalentemente perché a partire dalla quinta sezione si affiancano anche degli intermezzi in cui Rosa, confidandosi al suo diario, parla in prima persona, come se cercasse nella scrittura delle risposte ai tanti interrogativi che le ha posto la gravidanza. Come se cercasse nella scrittura un po’ di sé, un po’ di consapevolezza di sé e un po’ di consapevolezza da ragazza madre. Questo continuo alternarsi tra narrazione esterna e dialogo interiore si mantiene costante per tutto il romanzo, fino alla fase conclusiva quando Rosa, ricongiuntasi con nonna Ida, decide di tenere la bambina. È questo il momento in cui tutte le domande trovano risposta, in cui tutta la sofferenza si trasforma in puro e incondizionato amore. È nel primo vagito della figlia di Rosa che tutte le ragazze madri trovano voce e trovano finalmente pace, accettando la loro condizione di ragazze benedette, non più peccatrici. Ragazze che insieme, possono iniziare a scrivere delle pagine nuove. Siamo tutte ragazze madri è un romanzo importante, un testimone che va passato di madre in figlia, da sorella a sorella. È un testamento per chi verrà, per tutte le donne ma anche per tutti gli uomini, per tutti i figli e le figlie volto a ricordare che siamo tutte ragazze madri. È un romanzo moderno, più che mai attuale in un contesto in cui avere un figlio da sole è ancora sinonimo di vergogna. È un romanzo che ci accompagna, di stagione in stagione, a godere della bellezza di quella pianta che, anche se giovane, porta con sé la primavera facendo sbocciare la prima Rosa.
Francesca Ballarin



TI HO CERCATA IN OGNI STANZA

Saveria Chemotti con il romanzo Ti ho cercata in ogni stanza racconta in maniera incisiva le vicissitudini che legano in maniera indissolubile le vite di due giovani ragazze il cui destino ha fatto sì che si conoscessero ai tempi dell’università. Le studentesse appaiono essere due personalità contrastanti e antitetiche: Lydia, dalla figura snella e dalla bellezza che attira a sé tutti gli sguardi, proviene da una famiglia appartenente all’aristocrazia padovana la cui rigidità delle norme e la parsimonia dei sentimenti la opprimono facendo nascere in lei un sentimento di ribellione e il forte desiderio di trovare qualcuno che le manifesti autentico affetto. Berta, nomignolo che sta per Filiberta, ragazza goffa e dalle forme prosperose, proviene invece da una semplice famiglia del Trentino. Caparbia e determinata, riconosce nell’istruzione uno strumento in grado di emanciparla dall’ambiente in cui vive, dove impera ancora il modello patriarcale, tanto che per proseguire gli studi trascorre le vacanze estive presso un mercato a confezionare cassette di frutta. Le due ragazze, sebbene così differenti sia per l’ambiente in cui sono cresciute sia per l’indole caratteriale, risultano essere due figure complementari. Esse, infatti, rappresentano contemporaneamente il desiderio di ribellione e la diligenza nei compiti che ci aspettano, l’impulsività e la razionalità: aspetti che caratterizzano il variopinto universo femminile. Tutto ciò si inserisce all’interno di una cornice temporale caratterizzata dalla contestazione giovanile del ‘68, periodo fertile per la nascita di idee e riflessioni riguardo la sessualità e il femminismo. I temi centrali del romanzo risultano essere quelli dell’amicizia, descritta come un legame intenso e totalizzante messo alla prova da vicissitudini che incideranno in maniera profonda le loro vite con avvenimenti che porteranno a risultati dolorosi e imprevedibili, della figura femminile, vista come un soggetto vivo e deciso a scegliere il proprio destino senza dover accettare il predominio patriarcale, e della maternità, condizione che sia quando esiste sia quando non determina in modo significativo l’esistenza di una donna. L’autrice riesce ad affrontare tutto ciò con una grande profondità psicologica e al contempo una grande delicatezza nella descrizione dell’evoluzione dei sentimenti, con uno stile semplice e lineare, che incalza alla lettura. Questo romanzo immerge completamente il lettore nella vita delle due ragazze, nei loro problemi e nelle loro riflessioni che spesso sono le stesse con le quali una donna prima o poi dovrà scontrarsi nel corso della sua esistenza.
Martina Bovolenta

Il romanzo di Chemotti Ti ho cercata in ogni stanza è un mix di emozioni incredibili, ricco di spunti di riflessione e di punti in comune con il precedente romanzo (La passione di una figlia ingrata), racconta la storia di due amiche che si incontrano per caso e si innamorano l’una dell’altra. Quando pensiamo all’amore non dobbiamo soffermarci sull’amore fisico o sessuale, in questo romanzo si parla infatti di un amore che supera qualsiasi barriera e qualsiasi confine, un amore di sorellanza se così si può dire. Il romanzo si struttura anche qui in maniera originale: non c’è una suddivisione vera e propria in capitoli ma citazioni di autrici quali Virginia Woolf, Dacia Maraini, Antonia Pozzi, e altre, all’inizio di ogni parte come per descrivere e sottolineare l’importanza di un legame così profondo. Lo stile è molto incisivo, anche qui è ricco di cenni storici, dialoghi e termini ricercati.
Il rapporto tra Berta e Lydia è costituito da tenerezze, protezione ma anche accesi scontri. Esse sono due opposti, ma si sa che gli opposti si attraggono. Berta trova infatti in Lydia un modello da seguire, un mondo dove le regole non contano ma è la trasgressione a fare da padrona. Il romanzo fa riferimenti in modo sottile al 68 e alla lotta dei diritti delle donne, il ruolo della donna è centrale ed è presente una distinzione molto significativa tra il ruolo di donna e quello di madre. Un’idea rivoluzionaria questa in un contesto nel quale la donna veniva ancora vista come una mera «menomazione dell’uomo» secondo l’idea aristotelica degli anni avanti Cristo. Ed è qui che entra in gioco Giulio, fidanzato di Lydia e acerrimo nemico di Berta, di idee estremamente maschiliste che richiamano, come già citata precedentemente, l’idea aristotelica. Egli incarna il motivo principale della perdizione di Lydia fino a un tragico epilogo che rappresenta la parte clou del romanzo. Anche in questo romanzo come nel primo, la figura della madre risulta essere emblematica, potremmo azzardare a dire che anche Lydia è una figlia ingrata che non comprende la vita sacrificata di sua madre e l’amore che prova per lei, questo rapporto materno così frastagliato accomuna inoltre le due «sorelle». Il sentimento di Lydia nei confronti di sua madre è velato, nascosto, per gran parte del romanzo viene mostrato astio e rancore, solo nel momento dello spegnimento della madre il sentimento esplode e diventa parte integrante della vita di Lydia stessa. La maternità è ciò che lega le due donne nell’età più adulta. «Solo con te sono con me» con questa meravigliosa frase la scrittrice racchiude il significato più profondo del romanzo, permette di leggere tra le righe e ha l’abilità di commuovere noi lettori attraverso la metafora della rinascita, figura retorica meravigliosa che racchiude tutto il racconto.
Monia Mura

Fin dalle prime pagine si dipana il principio generativo e filo conduttore del romanzo: la maternità. Tema di forte importanza negli anni in cui il testo è ambientato, tra la fine degli anni sessanta e gli anni ottanta. All’epoca le giovani donne affrontavano la questione in maniera controversa: da un lato diventare madre significava andare incontro a una rinascita, a una speranza; dall’altro, significava incarnare un modello patriarcale, reiterare il mito dell’utero materno, sottostare all’imposizione di un ruolo. Dunque, rifiutare la maternità significava rifiutare un modello. Tali questioni emergono perfettamente all’interno di un romanzo che vede protagoniste due donne, due amiche, due anime che, seppure diverse, si riconoscono e si rispecchiano perfettamente l’una nell’altra. Berta è più emotiva, proviene da una famiglia modesta ma solida, e porta con sé una serie di problematiche esistenziali che in Lydia mancano. Quest’ultima, molto più rude e schietta, ha alle spalle una famiglia benestante ma frantumata: un padre che si intrattiene con le sue segretarie e una madre che sembra accettare il tutto con serenità, basta regalarle un diamante!
In realtà mamma Enrica è una madre silenziosa e sofferente, severa e orgogliosa, disposta a tutto pur di non turbare l’equilibrio (vero o presunto) della sua bambina. Una madre che mal sopporta un ruolo che le è stato imposto dalle generazioni precedenti. Lydia arriverà a cogliere l’unicità del rapporto materno solo dopo un lungo e tortuoso percorso che terminerà in tragedia, con il suo suicidio, a causa del mancato raggiungimento del fine ultimo dell’identità femminile: la maternità.
Ho amato questo testo in quanto è stato in grado di raccontare storie diverse, incastrandole a una serie di problematiche fondanti dell’epoca: dalla contestazione giovanile, al femminismo, per finire alla rivoluzione sessuale, che pone uomo e donna di fronte a una riforma identitaria, a un riscoprirsi differenti rispetto a un modello che era stato loro imposto.
Federica Spadafora

«Il mio corpo doveva diventare protagonista di una riscrittura della realtà e della storia, forzando le leggi della vita e della morte». Romanzo, Ti ho cercata in ogni stanza (L’Iguana editrice, Verona 2016) di Saveria Chemotti, capace di trasportarci in un cielo fatto di luci e ombre, in cui la vita e la morte si richiamano e si intrecciano in un viaggio chiamato maternità. Pubblicato nel 2016 a due anni da La passione di una figlia ingrata, racconta la storia di una rinascita fisica e intellettuale che prende corpo attraverso l’amicizia di due ragazze e che, proprio negli anni della contestazione, del primo femminismo e della rivoluzione sessuale, trova la sua ragion d’essere più profonda. Lydia, ribelle ma con un grande bisogno d’amore, porta con sé l’immagine di una maternità scelta, desiderata, simbolo della propria rivoluzione, ma allo stesso tempo negata, distrutta e lacerata. Berta, schiva ma forte, è invece la maternità in quanto rinascita: partorisce una bambina, ma non solo. In realtà riporta alla vita un legame, un amore, quel cordone ombelicale che non vorrà mai più spezzare. E’ una ricerca, quella di Lydia e Berta, nei luoghi che ritornano e che hanno delle voci, delle storie. Ma soprattutto è una ricerca all’interno di quelle stanze che abitano ognuna di noi, dove «il dolore si divide e la gioia si moltiplica». Sono le stanze di cui può essere fatta ogni donna, che racchiude in sé un groviglio di sentimenti, di conoscenza, di amore e di passione. Saveria Chemotti riesce a catapultarci in una dimensione nuova dell’essere donna, una dimensione a volte anche cruda e terribile, sofferta, ma carica della consapevolezza di appartenere a un mondo femminile che riscopre il proprio valore e la propria forza. E lo fa con un linguaggio costellato di citazioni, ma nonostante questo semplice, sincero, a volte anche brusco, simile a quello di una madre che con forza e dolcezza ricorda ai propri figli l’importanza e il valore di essere se stessi. Una lettura diversa dalle solite, ma proprio per questo un’esperienza da provare e da conservare con cura.
Roberta Mazzuca

Il romanzo La passione di una figlia ingrata ha il potere di catapultarci in un mondo femminile ornato di riflessioni importanti, amori, dolori e misteri che suscitano la curiosità di noi lettori al punto di farci letteralmente divorare le pagine. Crea un perfetto connubio tra i ricordi del passato e i momenti del presente che la protagonista, Gilda, vive. Non c’è infatti un filo conduttore che vada esattamente dalla A alla Z ma sono presenti episodi dettagliati che mescolati tra loro forniscono intenso significato.
Esso è strutturato in modo particolare, non c’è infatti una suddivisione in capitoli ma un percorso: una via Crucis suddivisa in quattordici stazioni ognuna delle quali elargisce un titolo suggestivo e fornisce una sorta di anticipazione di ciò che andremo a leggere successivamente. Un percorso questo che permette a Gilda di espiare in un certo qual modo le sue colpe ma non di affievolire le sue sofferenze. Lo stile si alterna tra crudezza e delicatezza, una sorta di stile antitetico arricchito da cenni storici e frasi in dialetto che conferiscono veridicità al racconto.
Il romanzo si apre con la cruda realtà di Villa Serena, descritta in modo impeccabile, nella quale è ricoverata la madre ormai anziana e incapace di intendere e di volere della protagonista. Il rapporto materno è il perno fondamentale che ricorre costantemente nello sviluppo della trama, ed è proprio questo il vero protagonista del racconto. L’uso sapiente di metafore ci conduce in un contesto intriso di emozioni talvolta positive talvolta negative, il senso di colpa provato da Gilda nei confronti delle sue madri ci permette di immedesimarci completamente in lei al fine di comprendere a pieno il suo dolore. Emblematica è la figura maschile, soprattutto quella paterna, una figura apatica difficile da comprendere. Particolarmente incisivo all’interno del libro è il richiamo alla madre terra, il paesaggio del Trentino descritto dalla protagonista come una sorta di paradiso terrestre dalla quale essa si deve allontanare attraversando «la linea rossa di confine» che lo separa dal Veneto. Potremmo definire questo romanzo come una sorta di metaromanzo nel quale la scrittura risulta essere una reliquia preziosa, ciò significa che le donne hanno un costante bisogno di scrivere per raccontare di sé e del loro vissuto. Il passato è parte integrante del nostro presente, senza questo e senza la conoscenza delle nostre origini rischieremo di perdere l’identità che ci è stata tramandata, è ciò che ci aiuta a superare i confini e andare oltre.
Monia Mura

Un romanzo tra autobiografia e fantasia, una via crucis. Quattordici stazioni in cui l’autrice con una scrittura snella e coinvolgente si pone in viaggio alla ricerca di sé e quindi della propria madre che nonostante affetta da una malattia che la priva della propria identità, della propria memoria rappresenta il legame con la cultura in cui è cresciuta, con le sue radici. Scopriamo in questo romanzo tre grandi figure di madre: la madre biologica che impersona un legame viscerale che supera abbandoni e rifiuti, la nonna-madre punto di riferimento affettivo e educativo per la protagonista e la madre terra. Quest’ultima la oserei definire utero geografico nella nascita di una cultura specifica, di una lingua intima, di un approccio alla vita, porto sicuro al proprio rientro.
In un momento della vita in cui la vicinanza alle mie radici è stata necessaria mi sono sentita accompagnata dalla protagonista, Gilda, in un percorso di crescita attraverso il ricordo carico di affetto di quello che consideravo esclusivamente un passato.
Ciò che è stato non è finito, è l’inizio per una crescita personale. Affrontare la perdita, così, non si limita alla tristezza che questo terribile momento porta con sé ma a conoscere chi siamo stati e chi saremo.

La passione di una figlia ingrata è una via crucis. Quattordici stazioni che tra autobiografia e fantasia conducono la protagonista attraverso un viaggio di riscoperta del proprio passato attraverso il volto della propria madre. Nonostante, la madre di Gilda, sia affetta da una malattia che la priva della propria identità, della propria memoria, rappresenta il legame intimo con la cultura in cui è cresciuta, le sue radici. Attraverso pagine mai lette e appunti tra i giorni di un calendario, Gilda conoscerà nuovamente la propria madre, il suo percorso di donna, il suo ruolo genitoriale. Scopriamo in questo percorso che ad aver cresciuto Gilda sono tre grandi figure: la madre biologica che impersona il legame viscerale che supera abbandoni e rifiuti, la nonna-madre punto di riferimento affettivo ed educativo per la protagonista e la madre terra. Quest’ultima la oserei definire utero geografico che da alla luce una cultura specifica, una visione del mondo che accompagnerà Gilda per tutta la sua vita; un dialetto che come mezzo di comunicazione della nonna prende le vesti di una lingua privata e intima; un porto sicuro al proprio rientro, un abbraccio rassicurante e accogliente.
In un momento della vita in cui per me è stato necessario riscoprire la vicinanza con le mie radici mi sono sentita accompagnata dalla protagonista in un percorso di crescita attraverso il ricordo carico di affetto. Quello che consideravo solo un passato non è finito, piuttosto è l’inizio per una crescita verso il proprio futuro.
Affrontare la perdita non si limita più alla tristezza che questo straziante momento comporta ma un punto di partenza per l’acquisizione di consapevolezza di chi siamo stati e di chi saremo.
Gaia Bertoldi

 
 

 

 

 
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Inserito il:03/05/2018 10:04:58
Ultimo Aggiornamento:07/05/2018 11:27:27
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