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L'11 aprile, alla Biblioteca Marciana di Venezia, si è tenuta la presentazione del romanzo sulla mistica della maternità di Saveria Chemotti, che con Siamo tutte ragazze madri conclude la sua trilogia sulla storia delle donne italiane del Novecento.
Qui sotto, gli interventi di Elisabetta Baldisserotto e Annalisa Bruni, che in quell'occasione hanno dialogato con l'autrice.

Elisabetta Baldisserotto
Appena uscite dalla libreria Feltrinelli di Mestre, circa un anno e mezzo fa, due amiche che erano state alla presentazione di un libro, mentre attendevano che il semaforo diventasse verde, si scambiavano notizie sui rispettivi figli, ormai grandi. A un tratto – è poco più di un sussurro – una confessa all’altra: «Io sono stata una ragazza madre». L’amica la guarda negli occhi e risponde: «Anch’io. Siamo tutte ragazze madri».
Questo è il Prologo – non scritto, ma realmente accaduto – del nuovo romanzo di Saveria Chemotti. Lo racconto per farvi capire come funziona la mente – e come funziona il cuore – di Saveria e come nasce un romanzo. È lei che risponde all’amica: «Siamo tutte ragazze madri», dove quel tutte cancella, in un colpo solo, vergogna, sensi di colpa e paura. È un atto, al tempo stesso, d’intelligenza e d’amore nei confronti dell’amica, ma anche nei confronti di tutte le donne, perché, per una scrittrice come Saveria, quella frase diventa il titolo di una storia che chiede di essere raccontata. È una storia di riscatto e di redenzione: è liberazione dai pensieri che ci intrappolano e che soffocano l’identità femminile. Se siamo tutte, ma proprio tutte, ragazze madri, allora non c’è più differenza tra ragazze per bene e ragazze per male, tra colpevoli e innocenti, tra madri sposate e madri non sposate, tra ragazze e donne, tra morigerate e libertine, tra nubili e maritate, tra sterili e feconde, tra madri con figli e madri senza figli, tra giovani e vecchie, tra sante e peccatrici.
Aboliti i falsi distinguo, ci scopriamo riabilitate. E scopriamo valorizzata la nostra capacità generativa. Come dice la citazione da Luce Irigaray in esergo al romanzo: «È necessario che noi scopriamo e affermiamo che siamo sempre madri dal momento che siamo donne. Mettiamo al mondo qualcosa di diverso dai figli, generiamo qualcosa che non è il bambino: amore, desiderio, linguaggio, arte, società, politica, religione. Ma questa creazione da secoli ci è stata vietata e bisogna che noi ci riappropriamo di questa dimensione materna che ci appartiene in quanto donne». Per farlo dobbiamo pensare il femminile senza subordinarlo al maschile, partendo dal corpo, da ciò che è ovvio: ogni donna trascorre la prima stagione della vita nel corpo di un’altra. Ogni donna possiede la stessa capacità di contenimento, «per cui la discendenza femminile – dice Silvia Vegetti Finzi – è segnata, oltre che da una linea temporale anche da un’implicazione spaziale». Il contenuto è anche, a sua volta, il contenitore. E la donna è portatrice di una fantasia di pienezza che risiede in lei, dove il pieno precede il vuoto: nel gioco della bambola, per esempio, è evidente come la precognizione della maternità preceda quella della femminilità. Ma il corpo materno, da materno in sé, nel senso puramente anatomico e fisiologico, deve diventare materno per sé, deve cioè trovare l’accesso alla dimensione simbolica e creativa.
È questo, secondo me, il passaggio cruciale nel quale si trova Rosa: il passaggio da una concezione solo biologica (e quindi oppressiva, coercitiva) della maternità a quella simbolica. Per Rosa, infatti, la pancia – il pieno – è, in prima battuta, la prova del peccato commesso, fonte di colpa e di vergogna, ma anche ostacolo alla sua realizzazione. In una prima fase, Rosa odia furiosamente la sua pancia e il bambino che c’è dentro: l’intruso che le deforma il corpo esponendola allo sguardo impietoso e giudicante degli altri. La vergogna, infatti, ci dice Sartre, è il sentimento che denuncia il sentirsi ridotti a un oggetto sotto lo sguardo altrui. Io esisto, sotto lo sguardo altrui, non più come io, bensì come me (complemento oggetto). E il me si trova sullo stesso piano degli oggetti del mondo. «Questo me io non lo conosco e tuttavia lo sono – dice Sartre – non lo respingo mai come un’immagine estranea, ma lo scopro nella vergogna». La vergogna, dunque, è vergogna di sé, è riconoscimento del fatto che sono, per l’appunto, l’oggetto che altri guarda e giudica. La vergogna è il sentimento della caduta originale e la nudità è il simbolo di essere diventato una cosa in mezzo alle cose, inerme in un’oggettività senza difesa. Così Rosa, che si era sforzata in tutti i modi di essere diversa dalla nonna e dalla madre, una volta incinta si ritrova come loro disprezzata e sconfitta. «Sono un’appestata per eredità», dice. Perché la caduta è anche cacciata: in paese tutti scansano Rosa e la chiamano puttana, finché il parroco la fa internare in un istituto.
Ma Rosa ha la forza di rifiutare il destino che le è stato assegnato dalla collettività ignorante e bigotta. Rifiuta la maledizione che grava sulla sua famiglia. In un primo tempo questo rifiuto coincide con il rifiuto del bambino che porta in grembo, ma poi Rosa capisce la differenza. La sua forza dipende dal fatto di essere una testa pensante, che fin da bambina riflette e s’interroga su ciò che le viene insegnato, per esempio i dieci comandamenti. E qui Saveria è straordinaria nel creare la voce della bambina: «Non toccatevi? Toccarsi significa compiere atti impuri? Anche se ti toccano gli amici o i genitori? Come faccio a non farmi toccare dagli altri? Giocando capita di toccarsi. Di spingersi….» (p. 10). E ancora: «Non desiderare la donna d’altri le sembrava una scemenza, un paio di comandamenti erano dipendenti tra loro come ‘non rubare’ o non desiderare la roba d’altri’. Anche se, a suo parere, prima si desiderava e poi si rubava. Le due cose erano legate a rovescio: lei lo sapeva bene quando pensava alle marmellate custodite nella vetrina del ripostiglio. Le desiderava e poi le rubava. Che senso poteva avere desiderare e poi non rubare?» (p. 12).
Da ragazza Rosa comprende la potenza rivoluzionaria e liberatrice della cultura. Attraverso il percorso di consapevolezza e di conquista della propria autonomia che la cultura le offre, Rosa riesce a effettuare il passaggio dal letterale al simbolico e riesce a perdonare se stessa. Come dice la poesia di Emily Dickinson in esergo al secondo capitolo del romanzo: «Un giorno mi perdonerò / Del male che mi sono fatta / Del male che mi sono fatta fare / E mi stringerò così forte, da non lasciarmi più». Ecco, io penso che questo romanzo di Saveria – intenso, trascinante, commovente – ci aiuti a perdonarci, riscattando anche i nostri errori come passi necessari nel cammino della crescita e della costruzione di sé.
Per tornare al Prologo, il libro che veniva presentato un anno e mezzo fa era il secondo romanzo di Saveria, Ti ho cercata in ogni stanza. L’amica nella realtà ero io, ma simbolicamente siamo tutte noi e quella che viene raccontata in questo romanzo nella realtà non è la mia storia, e non è la storia di Saveria, ma simbolicamente lo è, perché è una storia esemplare in cui tutte, ma proprio tutte, possiamo riconoscerci.

 

Annalisa Bruni
La capacità di generare una nuova vita e di metterla al mondo, questo dono meraviglioso che la natura ha dato alla donna, troppo spesso si è trasformato in una vera e propria dannazione.
Ognuna di noi sa quanto gli slanci d'amore, la passione, si possano colorare per noi di paura, a volte di vera e propria angoscia determinata dal rischio di una gravidanza indesiderata. Se questo accade ancor oggi, che i metodi anticoncezionali dovrebbero essere a portata di tutte e, in casi estremi, l'interruzione volontaria di gravidanza, pur con l'inevitabile strascico di dolore e di sensi di colpa e con le difficoltà di metterla in atto nonostante una legge che ci dovrebbe tutelare in questo senso, se questo accade ancor oggi, dicevo, non ci è difficile immaginare come l'abbiano vissuto le generazioni che ci hanno preceduto.
Troppo spesso poi la responsabilità di una nuova vita imprevista è stata portata esclusivamente dalla donna, lasciata sola dal partner che non ha voluto condividerla.
La condizione di ragazza madre, con l'onta, la vergogna e l'ostracismo della «colpevole» che l'hanno accompagnata per secoli, è l'oggetto di questo terzo romanzo di Saveria Chemotti, che al tema della maternità, declinato in modi sempre diversi, ha finora dedicato la sua fatica letteraria.
Se ne La passione di una figlia ingrata, il suo primo romanzo, ad essere indagato e sviluppato era il vissuto tormentato di una donna che riscopre sua madre e la sua storia familiare, e se in Ti ho cercata in ogni stanza oggetto narrativo era - oltre ad un rapporto di profonda amicizia femminile – il desiderio di maternità negato e i suoi esiti tragici, in questo Siamo tutte ragazze madri si narra il destino di tre generazioni di donne.
Ida, Lucia, Rosa: tutte e tre legate da quella che sembra una maledizione.
In paese, un paese del Trentino, terra amatissima da Saveria Chemotti che torna in tutti i suoi romanzi, Rosa, la più giovane, si sente ripetere come un mantra una frase che le spezza il cuore «Come to nona, come to mare».
Nessun mistero in famiglia: entrambe hanno messo al mondo delle creature figlie di N.N., e a Rosa questa eredità non è dato di dimenticarla, perché la segue ovunque vada, lei bellissima, occhi color del cielo e capelli color del grano.
Sua madre Lucia è morta durante il parto, espiando così la sua colpa, la nonna Ida, invece, per non subire il linciaggio dei pettegolezzi, ha abbandonato sua figlia ed è emigrata in Argentina, lasciandosi tutto alle spalle.
Rosa vive la sua infanzia e la sua adolescenza con questo peso da portare, tutto viene filtrato dal passato della sua famiglia, come un'ombra che la segue in ogni circostanza. Ida e Lucia le vengono descritte come donne ribelli, inquiete, irrispettose della morale e delle convenzioni, hanno ceduto giovanissime e inesperte alle lusinghe dell'amore e ne hanno subito tutte le conseguenze, anche se in modo diverso. C’è da dire anche, però, che queste tre donne non vengono descritte dall’autrice con tinte vittimistiche, anzi: come esempio leggiamo alle pp. 105-106.
Rosa è una sedicenne vivace e studiosa, vuole diventare maestra e per pagarsi gli studi, lei che è stata cresciuta da una coppia adottiva, lavora duramente durante l'estate e viene a contatto con un mondo diverso da quello domestico, chiuso anche se affettuoso a suo modo.
Sarà un invito a ballare da parte di una sua collega più grande che proietterà Rosa in un mondo fatto di stordimento, di eccitazione, di senso di libertà. E sarà in questa balera che Rosa incontrerà Mattia, un dj che si innamorerà di lei e riuscirà, nonostante le sue forti resistenze, i suoi buoni propositi, a farla cedere e concepire in un atto che lei definirà «d'amore purissimo e condiviso».
E così anche per Rosa si compie quel destino che la accomunerà alla nonna e alla madre, come nella profezia che i paesani le rivolgevano quando passava per strada, rimane incinta e questo scombina tutti suoi piani, travolge i suoi programmi, la costringe a scelte difficili, troppo grandi per lei.
Rosa, nonostante la giovane età, si dimostra determinata: questo figlio non lo vuole e vorrebbe poter interrompere la gravidanza, ma è minorenne, non è facile.
Il romanzo ci racconta la sua rabbia, il suo risentimento per le persone che credeva potessero aiutarla e che invece non le danno quel sostegno che chiede. La narrazione ci conduce nel mondo ambiguo degli istituti per ragazze madri, che promettono assistenza, rifugio e solidarietà, ma a fronte di un prezzo altissimo: la rinuncia al bambino, che verrà dato in adozione appena nato. Uno strazio per queste ragazze che si impongono di non affezionarsi troppo ad una vita che sentono crescere e muoversi dentro di loro, di non ascoltare il battito del suo cuore né di guardare lo schermo dove compare la sua immagine durante le ecografie.
Questo romanzo ci racconta gli incubi che prima o poi, anche se non con questi esiti tragici, ogni donna ha prima o poi vissuto, le sue paure, i suoi sensi di colpa e la sua rabbia. L'ansia di veder comparire il ciclo, il dubbio durante i ritardi, la consapevolezza, a volte, di non essere in grado, per le ragioni più diverse, di portare avanti una gravidanza, la paura del giudizio degli altri, il timore di deludere la propria famiglia, il rischio di veder sfumare i progetti di studio o di carriera. Questo romanzo ci parla anche, su un altro versante, della possibilità di comprendere, di perdonare e di ritrovare chi ci ha inferto, vittima essa stessa e allo stesso tempo responsabile se non colpevole, un dolore tanto profondo da diventare tutt'uno con la nostra esistenza.
Un libro che non definirei femminista, bensì certamente femminile, per quel suo  sguardo che scava nella profondità dell'animo delle donne.
E gli uomini? Non sono personaggi negativi, in certi casi non sanno nemmeno ciò che sta accadendo, non vengono messi al corrente della situazione: così accade per il ballerino russo, maestro di danza di Lucilla, una delle ragazze che attendono di partorire nell'Istituto dove è stata accolta Rosa, o come Sasà, il muratore siciliano che aveva fatto perdere la testa a Ida, tanti anni prima. Mattia, invece, il dj di cui si è innamorata Rosa, non vorrebbe sottrarsi alle sue responsabilità, ma è proprio Rosa che, per la sua giovane età, per il suo desiderio di continuare gli studi, non lo coinvolge in una paternità giunta per caso.
Nonna e nipote, dopo molte vicissitudini, si riconoscono in un incontro non certo facile, spesso duro e sofferto: troppi strappi da ricucire per una  donna ormai anziana, rientrata in Italia proprio per stare vicino a questa giovane disorientata e in guerra con un mondo che sente ostile da sempre.
Riusciranno a capirsi, ad ascoltarsi l'un l'altra, a riannodare quel filo sottile spezzato da un destino che sembra si ripetersi ancora?
Vorrei lasciarlo scoprire ai lettori, anche se un indizio possiamo trovarlo già sulla bella copertina creata da Hanna Suni, art director della casa editrice L'Iguana, in quelle due donne che corrono insieme, gioiose, tenendosi per mano in un gesto traboccante di vita e di speranza. Un'immagine rielaborata dal dipinto di Pablo Picasso, La corsa, appunto, che si arricchisce qui di colori solari, pieni e vivacissimi.

Inserito il:15/04/2018 18:34:37
Ultimo Aggiornamento:03/05/2018 09:40:26
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